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Angel

La proposta di Aiolos, che si dividessero in modo da affrontare ciascuno un Generale Marino per guadagnare tempo, fu immediatamente accettata da tutti come la migliore possibile, date le circostanze. I Santi d’Oro si trattennero il tempo necessario a dirsi l’un l’altro dove intendevano dirigersi, poi non vi fu più nessuno, solo sette lampi dorati che in breve sparirono. Colei che aveva spiegato loro della necessità di abbattere le sette colonne, prima di poter anche solo pensare di passare al sostegno principale, vedendo la fretta che i Santi avevano di iniziare la lotta, scoppiò a ridere.

“Non avete alcuna speranza – li derise Tetis della sirena, anche se loro non potevano più sentirla – seppure riuscirete a sconfiggere i Generali, cosa pressoché impossibile… ma distruggere le colonne è pura utopia.” La donna vestita delle squame scintillanti dei guerrieri di Poseidone si ravviò gli splendidi capelli biondi, le labbra piene ancora incurvate in un sorriso beffardo. Aveva occhi azzurri e più limpidi di qualsiasi gioiello cui si potesse paragonarli, un incarnato impareggiabile e un’armoniosa agilità nei movimenti tale che perfino i Santi d’Oro avevano dovuto ammirare. Non che questo avesse impedito loro di accerchiarla e catturarla senza la minima difficoltà, dovette riconoscere con una smorfietta di disappunto. I Santi di Athena erano forti, niente da dire. Quell’uomo spaventoso, dall’armatura screziata di blu e con gli occhi di un folle, l’avrebbe uccisa immediatamente, mostrando la stessa emozione di quando si allacciava le scarpe, se i suoi compagni non l’avessero fermato: erano guerrieri d’onore e non intendevano sopraffare così vilmente una donna sola, intrappolata e che aveva rivelato loro come salvare Athena. Tetis non era contenta neppure di questo, ma un ordine di Dragone del Mare non si poteva discutere: era comparso in cima all’altura, guardando sprezzante i Santi d’Oro, le aveva ordinato di svelare loro quel che era necessario, e se n’era andato, tornando a proteggere la colonna dell’Atlantico del Nord, dichiarando che li avrebbe aspettati con piacere.

L’ha fatto proprio per questo, constatò ora Tetis, con i lampi dorati dei Santi ancora impressi negli occhi. Voleva che si dividessero in modo da ucciderli uno per uno, in maniera pulita e senza chiasso. Di certo non hanno alcuna speranza di buttare giù le sette colonne: inutile che mi preoccupi.

Stava per andarsene quando un trambusto alle sue spalle la fece voltare. Due ragazzi, uno dei quali portava un ingombrante scrigno d’oro, si arrestarono incerti, vedendola. Il più alto e robusto dei due barcollò sotto il peso dell’armatura e l’amico l’aiutò a ritrovare l’equilibrio.

“E voi chi sareste?” domandò Tetis, scrutandoli attentamente. Puzzavano di devozione ad Athena lontano un miglio, e l’armatura che portavano… era una delle Dodici, senza dubbio. Cosa ci facevano lì? Non le pareva proprio che fossero tanto abili da essere già dei Santi. Indossavano soltanto tuniche, pantaloni di tela ruvida, calzari allacciati ai polpacci e le necessarie protezioni in cuoio a ginocchia, gomiti, mani e petto.

“Chi sei tu?” replicò il più piccolo dei due, restituendole l’occhiata indagatrice. Tetis si sentì irritata da quello sguardo, quasi che il ragazzino dai capelli rossi la stesse valutando, esattamente come lei aveva valutato loro.

“Sono Tetis, cavaliere sirena, devota a Nettuno – rispose, avvicinandosi – e voi, invece, siete due seguaci di Athena, che tramano contro il mio signore. Ciò è sufficiente per farmi decidere di agire.”

I due ragazzi indietreggiarono, innervositi, ma Tetis ebbe l’impressione che non lo facessero per paura, bensì per proteggere quel che portavano: il modo in cui facevano scudo allo scrigno d’oro era inequivocabile. “Perché portate con voi quell’armatura? Non siete certo dei Santi. A che vi serve?”

“Le facciamo prendere aria.” Rispose il piccoletto, con fare derisorio. Indietreggiarono ancora, chiaramente intenzionati a fuggire lungo la strada già percorsa dai Santi d’Oro.

Tetis non diede loro il tempo di farlo: un battito di ciglia ed era già di fronte ai due, che si dibattevano nella stretta ferrea della guerriera di Nettuno, uno per mano. Tetis serrò con particolare cattiveria le dita sul braccio del ragazzino più piccolo, ma questi non si lasciò sfuggire un gemito e la fissò con aria di sfida.

“Lasciami, brutta viscida piovra, cosa metà donna e metà stoccafisso!”

“Accidenti a te, Angel – gli gridò l’altro, furioso – per una volta sola, chiudi quella boccaccia!”

“Saggio consiglio – approvò Tetis – ma perfettamente inutile, perché state per morire entrambi. Mi spiace per voi.”

D’un tratto il ragazzo più grande, che la superava in altezza di tutta la testa e aveva le spalle ampie di un uomo fatto, si liberò della presa e la colpì, costringendola a lasciare il piccoletto per difendersi. Fu una batosta incredibilmente forte, più di quanto avrebbe accreditato a un apprendista: Tetis venne sbalzata diversi passi indietro intanto che il giovanotto si liberava del suo fardello lasciandolo cadere e alzava i pugni, con aria combattiva.

“Vai, Angel – ordinò all’amico – qui ci penso io. Porta via l’armatura di Libra.”

“Ma, Darius…”

“Spicciati! Sono il più forte dei due, quindi tocca a me combattere! Bisogna consegnare queste vestigia ai Santi d’Oro, lo sai benissimo, o non abbatteranno mai le sette colonne! Corri!”

Il ragazzino chiamato Angel esitò solo un istante, prima di chinarsi per farsi passare sulle spalle le cinghie dello scrigno. Si rialzò con un certo sforzo e indietreggiò di alcuni passi.

“Sii prudente…”

Darius sorrise, gli occhi scintillanti. “E’ arrivato il momento di mettere alla prova gli insegnamenti del nobile Aiolia. Sono sicuro di me, non preoccuparti.”

Tetis nel frattempo si era ripresa, e avanzò nuovamente. “Quindi quell’armatura serve a distruggere le colonne? E credete che vi lascerò andare così?”

Lanciò un colpo all’indirizzo di Angel, ma il suo compagno si mise in mezzo e lo parò con una maestria davvero invidiabile: forse non era un Santo, ma la sua tecnica marziale si stava dimostrando pressoché perfetta, tale da impedirle di attuare il suo proposito. Tetis si sentì invadere dalla rabbia, vedendo che l’armatura della Bilancia si volatilizzava sotto il suo naso senza che lei potesse farci niente. I capelli rossi di quel piccolo sbruffone si mossero un’ultima volta dietro le rocce coralline, mentre il loro proprietario correva, poi svanirono.

Non importa, saranno i Generali a dargli la lezione che si merita. I Santi di Athena non riusciranno mai nel loro intento.

Tuttavia, mentre fronteggiava il suo nuovo avversario, privo di armatura ma non per questo meno inamovibile, si sentiva inquieta. Se un semplice apprendista era tanto forte da tenerle testa, i Santi d’Oro fin dove erano in grado di spingersi?

 

 

Milo si fermò solo quando fu di fronte all’immensa scalinata sulla quale Poseidone aveva edificato la colonna del Pacifico del Nord, respirando profondamente per prepararsi al compito che l’attendeva. L’aria in Atlantide profumava di mare, la volta del cielo era dell’incredibile azzurro iridescente che formava l’oceano sotto il quale si trovava il Santo dello Scorpione. Era, a dirla onestamente, un posto meraviglioso, da fiaba, un fondale marino fiorito, tinto dei colori del corallo e delle conchiglie, e lassù, al posto degli uccelli, si vedevano fluttuare le sagome di pesci immensi, balene e squali che nuotavano pigramente, perché i disastri della terraferma non erano affar loro. Butterò giù questa colonna immediatamente, pensò mentre si accingeva a salire le scale, così il regno di Poseidone, almeno su questo mare, avrà finalmente fine.

“Dove credi di andare, tu, blasfemo nemico? Inginocchiati piuttosto, perché il suolo che calpesti è sacro, verme!”

Milo si volse. Non si era aspettato neppure per un momento che la colonna fosse incustodita ma, come si suole, bisogna sempre provarci. Il cosmo del suo avversario si palesò mentre questi usciva da dietro una delle colonne più piccole, avanzando col passo sicuro e la schiena diritta del guerriero che non teme nulla, né le ferite né la morte: era un uomo di alta statura, corazzato delle squame dorate consacrate a Poseidone, con penetranti occhi verdi e capelli biondo scuro che sfuggivano dall’elmo ricadendogli sulle spalle e sulla schiena. Si fermò davanti a Milo e lo squadrò dall’alto in basso, come se non potesse capacitarsi di quel che vedeva.

“Vuoi farmi lo sgarbo di scagliarti inutilmente contro la colonna a me assegnata senza neppure salutarmi, quale suo custode? Sei tanto maleducato?”

“Buongiorno, custode della colonna del Pacifico del Nord – ribattè Milo, sarcastico – e adesso lasciami al mio compito, se non ti spiace: ho una certa fretta.”

“Ne sono sicuro. Tuttavia non posso lasciarti andare, né farti tornare indietro, perdonami.”

“Ottimo – replicò prontamente il Santo dello Scorpione – perché io non intendo né tornare indietro né tanto meno proseguire, prima di aver ridotto in briciole questa colonna. Sono lieto di vedere che abbiamo trovato un accordo.”

“Così pare.” Il Generale si piantò meglio sulle gambe e serrò i pugni, preparandosi allo scontro. “Il mio appellativo di battaglia è Cavallo del Mare. Non hai bisogno di conoscere il mio vero nome, che ho abbandonato per sempre da quando ho giurato di servire Poseidone.”

Milo gettò indietro il mantello e levò la mano con la quale lanciava la Cuspide Scarlatta. “Il mio nome è Milo, Santo d’Oro dell’Ottava casa. A differenza del tuo signore, Athena non chiede ai suoi seguaci di rinunciare alla loro identità, dunque puoi tranquillamente finire in Ade sapendo chi è stato a farti dono di quel viaggio.”

Per un momento i due avversari si squadrarono con aria truce, come boia su opposti patiboli, poi Milo si lanciò all’attacco con l’incredibile rapidità che lo contraddistingueva e faceva di lui l’assassino più letale del Santuario. La Cuspide Scarlatta tracciò una riga sottile nell’aria, precedendo di molto il sibilo che era l’unico rumore che quel colpo così preciso poteva provocare, ma subito il Santo d’Oro si trasse indietro, perché non aveva colpito il corpo del suo nemico. Cavallo del mare aveva alzato le braccia tenendo i palmi delle mani rivolti contro di lui, quasi a formare un muro, e un muro era per l’appunto quel che aveva fermato la Cuspide Scarlatta prima che essa giungesse a segno.

Cavallo del Mare sorrise con aria di superiorità. “Tutto qui quel che sai fare? Quel minuscolo spostamento d’aria è il tuo colpo letale, Santo di Athena? Povero me, che gloria avrò mai nello sconfiggere un nemico tanto inferiore?”

“Combatti per la gloria? Che misero motivo, quando sulla Terra milioni di innocenti invocano una pietà che il tuo dio rifiuta di concedere loro.” Rispose Milo, osservando attentamente i movimenti dell’avversario. Qualunque cosa avesse fatto Cavallo del Mare, era evidente che bloccava la Cuspide Scarlatta. Tentò per buona misura di colpire una seconda volta, ma senza risultato: Cavallo del Mare sorrideva ironico, mentre i colpi di Milo morivano a svariate decine di centimetri dal suo corpo, oltre i palmi tesi del Generale. No, si corresse subito il Santo, non tiene le mani ferme, i suoi sono movimenti portati alla velocità della luce… crea una parete d’aria capace di respingere ogni colpo. Davvero notevole.

Milo riabbassò la mano e si concentrò: le onde restrittive dello Scorpione, capaci di bloccare qualunque movimento dell’avversario, avvolsero completamente Cavallo del Mare, congelandolo nella sua posizione difensiva, senza che questi potesse più fare alcunché. “Adesso ti è impossibile attaccare o difenderti – disse Milo, sorridendo dell’orrore dipinto sul volto dell’avversario – potrei ucciderti senza difficoltà, ma non ne ho ragione: rimani a guardare come abbatto la prima delle sette colonne, in nome di Athena.” Superò Cavallo del Mare, così contratto nello sforzo di liberarsi da far affiorare tutti i tendini del collo, e alzò il pugno contro la colonna. Chiuse gli occhi mentre scagliava contro di essa tutti i colpi della sua costellazione, escluso l’Antares, quattordici punture letale che, unite insieme, sarebbero state capaci di sbriciolare una montagna. I lampi scarlatti attraversarono l’aria sibilando come proiettili, e Milo serrò i denti aspettando il crollo.

Non accadde nulla.

Alle sue spalle, Cavallo del Mare scoppiò a ridere, una risata alta, carica di derisione. “Pensavi che avrei lasciato la mia colonna senza protezione, stolto nemico? Mentre tu lottavi per fermare me, io creavo la mia parete difensiva a proteggere il sostegno di cui sono custode… dovrai uccidermi se vorrai tentare di abbattere la colonna, perché nessuno la toccherà, finché Cavallo del Mare sarà tenuto a proteggerla!”

“Vedo.” Rispose Milo con calma, tornando dall’avversario. Non poteva fare a meno di provare un profondo rispetto per quel generale tanto risoluto e devoto al suo signore. “Avrei voluto risparmiarti, giacché non ho motivo di combattere contro di te quando il mio obiettivo è soltanto di abbattere la colonna, ma finché sarai in vita la tua parete difensiva rimarrà a proteggerla, vero?”

Cavallo del Mare lo guardò negli occhi, deciso. Milo alzò una mano.

“Sarebbe troppo disonorevole uccidere un avversario inerme, e contrario alle direttive di Athena. Difenditi, dunque!”

Cavallo del Mare barcollò quando venne liberato, ma si riprese subito visto che Milo, senza perdere tempo, gli scagliò contro tre punture: sufficienti a paralizzarlo dal dolore facendogli considerare la possibilità di arrendersi, se l’avesse voluto. Ma la parete difensiva del Generale era un muro contro cui tutto si infrangeva.

Interessante, si disse il Santo dello Scorpione, se rivolgo i miei colpi alla colonna, Cavallo del Mare la difenderà, se attacco lui è lo stesso… come fare?

“Mi sono stancato di quest’inerzia – gli annunciò il nemico – quando si trova uno scorpione sulla propria strada, lo si schiaccia. Addio, Santo di Athena.”

Milo fece appena in tempo a socchiudere gli occhi prima che il Soffio tremendo del Generale lo afferrasse, sollevandolo in alto, come un tornado che ti cattura nel suo vortice e ti trascina su, su, sempre più su… la pace degli abissi rimase là sotto, mentre Milo veniva proiettato in alto, verso la superficie del mare, nella tempesta e nel rombo dei tuoni, nell’inferno dei fulmini che percuotevano le onde. Il Santo rimase per un momento a galleggiare nell’acqua, più sbalordito che dolorante, rendendosi conto che era vivo solo grazie all’armatura che indossava. Poi fece un profondo respiro e si immerse nuovamente, superando la massa d’acqua a una velocità impensabile e tornando nel regno sottomarino. Questo non lo racconterò mai, pensò, se Aiolia lo sapesse non mi darebbe pace da qui all’eternità.

Ricadde sui marmi intarsiati del tempio sommerso, finendo in ginocchio perché la violenza del colpo l’aveva lasciato senza fiato.

“Però, sei ancora vivo – commentò Cavallo del Mare – non ti facevo così coriaceo. Bene, rimedieremo subito.” Sollevò i pugni per colpirlo ancora, ma Milo non aveva alcuna intenzione di lasciarglielo fare e lo precedette, con quei suoi movimenti saettanti che nessuno poteva eguagliare, nel Santuario o altrove, e Cavallo del Mare dovette sospendere l’offensiva in cambio della creazione del suo muro di difesa. Le cuspidi si infransero contro quella parete, ma Milo era deciso a non perdersi d’animo, stavolta.

“Forse ignori che non sei il solo ad adottare questo tipo di difesa – disse – anche un Santo d’Argento del Santuario muove le mani come fai tu, e sebbene tu sia indiscutibilmente più forte di lui, non puoi usare contro un cavaliere un colpo che egli conosca già.” Alzò la mano, preparandosi a colpire. “La Cuspide Scarlatta provoca ferite minuscole, risibili se paragonate a quelle che vengono solitamente inflitte in battaglia. La sua peculiarità è arrecare dolore al nemico, poco alla volta, in modo da lasciargli il tempo di decidere tra la resa e la morte… ma nel tuo caso non posso procedere in tale modo, perché dovrò prima abbattere il tuo muro: sarà perciò l’Antares, la quindicesima puntura, e solo lei, a darti il colpo finale, mentre le prime quattordici sfrutteranno un’altra caratteristica poco nota del mio colpo: la precisione, che mi permetterà di aprire un varco nelle tue difese. Preparati, dunque!”

Cavallo del Mare non sembrava aver intenzione di aspettare che Milo mettesse in atto il suo proposito, perché lanciò di nuovo il suo colpo, ma ormai il Santo sapeva come evitarlo: era troppo veloce, Milo di Scorpio, troppo agile e troppo coraggioso, per lasciarsi sorprendere due volte.

Quattordici lampi scarlatti volarono verso Cavallo del Mare, che fu rapido nell’erigere ancora la sua difesa, una parete d’aria dura come diamante, impenetrabile da qualunque attacco… e infatti le quattordici punture si infransero contro le mani del nemico, ma la forza penetrativa di tutti quei colpi indebolì la barriera, solo per un millesimo di secondo, solo per una superficie minuscola quanto la punta di uno spillo, analogamente al gocciolio dell’acqua che può bucare la pietra. In quel brevissimo attimo, mentre le quattordici cuspidi morivano, Milo vide la sua unica occasione, e scagliò Antares.

Il lampo volò verso Cavallo del Mare, si insinuò nel minuscolo foro della barriera, perforò le squame dorate all’altezza del petto e scomparve nel corpo del nemico. Cavallo del Mare venne sbalzato all’indietro, mentre il sangue sprizzava verso il cielo marino, e cadde riverso svariate decine di metri più in là. La barriera d’aria del Generale Marino vacillò, tremò deformando per un momento le immagini, e infine si dissolse. Milo avvertì distintamente il cadere di quel senso di oppressione che era il risultato del cosmo nemico. Corse da lui.

“Sto… morendo… vero?” Gli occhi sofferenti di Cavallo del Mare lo misero a fuoco, senza alcun rancore, senza paura: quel duello era stato all’ultimo sangue fin dall’inizio, per una precisa scelta dei due contendenti, entrambi pienamente consapevoli del valore dell’avversario. Milo accennò di sì col capo, inginocchiandoglisi accanto.

“Antares non lascia scampo: è il colpo finale, che termina l’opera delle punture che lo precedono. Mai prima d’ora ero stato costretto ad usarlo, ma il tuo valore non mi ha lasciato scelta, perché soltanto dando fondo a tutta la mia abilità ho potuto prevalere.”

Cavallo del Mare contorse la bocca in un sorriso agonizzante. “La tua abilità si è dimostrata superiore alla mia… eppure hai perso la battaglia. Anche senza la barriera a difenderla, la colonna è indistruttibile. La vittoria è mia… alfine…”

Ci fu un rumore sommesso, come uno schiocco di qualcosa che si lacerava dentro il corpo, e gli occhi di Cavallo del Mare si rovesciarono completamente, lasciando vedere solo il bianco. Era morto.

Milo si tolse il mantello stracciato dallo scontro e coprì il corpo dell’avversario. “Addio, Generale Marino – disse con voce ferma – il tuo ricordo rimarrà sempre nel mio cuore, come quello di un guerriero che ho avuto l’onore di poter affrontare in singolar tenzone.” Gli chiuse gli occhi, poi si alzò, tornando a dirigersi verso la colonna.

“E adesso a noi, infernale creazione di un dio pazzo.” Disse, e lanciò le sue cuspidi, che raggiunsero il marmo del sostegno del Pacifico del Nord senza alcuna difficoltà, ora che la barriera di Cavallo del Mare non esisteva più. Milo aspettò di veder comparire le prime crepe, ma rimase deluso.

La colonna era intatta.

“Ma è assurdo! – proruppe il Santo – nessuna costruzione può resistere ai colpi di un Santo d’Oro!”

Ritentò, ma non ebbe maggior fortuna. Provò e riprovò, mentre dietro di lui il cadavere di Cavallo del Mare diventava freddo, perdeva il colorito dei vivi e la sua anima scendeva in Ade. Milo poteva quasi sentirla ridere di derisione, certo che il suo spirito fosse rimasto quello insolente che aveva conosciuto in vita.

Alla fine dovette arrestarsi, senza fiato. Sudava copiosamente, i muscoli gli dolevano per lo sforzo di aver lanciato tanti colpi alla velocità della luce, ma la colonna splendeva ancora davanti a lui, bianca e dorata, una sbarra gigantesca, la sbarra della prigione che condannava Athena.

“D’accordo – decise Milo, digrignando i denti – se non vuoi cedere, passerò alle maniere forti.” Cominciò a espandere il suo cosmo, portandolo ai limiti estremi, i limiti di un Santo d’Oro, intenzionato a imprimere la massima forza al suo colpo scagliandosi egli stesso contro quel maledetto sostegno. C’era il concretissimo rischio di finire travolto e schiacciato dall’impatto di due forze contrastanti, quella della colonna contro quella del suo colpo, ma che importanza aveva, se ciò avrebbe salvato Athena?

Non ho rimpianti, non ho sprecato neppure un giorno della mia vita, e non comincerò adesso. Anche se morissi, anche se dovesse morire un Santo d’Oro per ogni colonna, ne rimarrebbero ugualmente a sufficienza, di noi, per salvare Athena. Coraggio, dunque!

“No! No, no, no no nononono!”

Disturbata così la sua concentrazione, Milo sentì il proprio cosmo afflosciarsi su se stesso, come pane in lievitazione che viene esposto alle correnti d’aria. Girò la testa, infuriato, e vide l’apprendista di Aphrodite, quel piccolo turbolento dai capelli rossi, che arrivava correndo a tutta velocità, trafelato e agitatissimo, barcollando sotto il peso di uno scrigno quasi più grande di lui. A un certo punto inciampò, per poco non cadde, ma si rimise in carreggiata e pochi secondi dopo crollava esausto davanti al Santo d’Oro.

“Ce l’ho fatta – ansimò il ragazzino – sono arrivato in tempo… meno male!”

Suo malgrado Milo fu incuriosito dal fatto che Angel portava uno scrigno d’oro. “Cosa significa tutto questo, ragazzo? Perché sei qui?”

“Non dovete suicidarvi in quel modo, per distruggere la colonna!” Angel parlò più in fretta che poteva, interrompendosi spesso per tirare il fiato, infilando le parole una dopo l’altra con tale rapidità che Milo si chiese come faceva a non annodarsi la lingua. “Non ne avete bisogno, e comunque non servirebbe… il nobile Dohko di Libra mi ha mandato qui con questo dono, perché possiate portare a termine la missione: concede a ciascun Santo di usare una delle sue armi, le sole capaci di abbattere le sette colonne! Sceglietene una, vedrete!”

Milo si sentì invadere dal sollievo e dalla gratitudine. Era disposto a morire per la giustizia, ma ciò non significava che fosse ansioso di farlo, e senz’altro indugiò afferrò la catena dello scrigno, tirandola con forza. L’armatura della Bilancia si palesò in tutto il suo splendore, tra le esclamazioni ammirate di Angel. Chissà, forse un giorno ne indosserai una simile: sono certo che saresti una forza della natura, in tal caso, pensò Milo studiando le armi che componevano quelle vestigia.

“Quale userete, nobile Milo?”

Una parte dell’armatura si staccò e sfrecciò verso il Santo, che fu lesto ad afferrarla: quando il lampo di luce si fu dissipato, Milo vide che stringeva in mano una delle due barre gemellari.

“Questo risponde alla tua domanda, ragazzo – disse, sorridendo – è l’armatura a decidere di volta in volta qual è l’arma più appropriata, e devo dire…” Fece roteare le barre gemellari, traendo gran soddisfazione dalla velocità con cui si muovevano, ammirando il pulviscolo dorato che spandevano ad ogni oscillazione. “Devo dire che la scelta mi va più che a genio. Allontanati, potrebbe essere pericoloso.”

Angel corse a ripararsi dietro le rocce mentre Milo tornava all’assalto. Impresse tutta la forza che poteva a quel colpo, sperando di cuore che fosse efficace perché non desiderava proprio morire lì… voleva affrontare Poseidone, fargliela pagare, tornare al Santuario con la sua dea, proteggerla…

(proteggerla, sì, Athena avrà bisogno di essere protetta più che mai… non so perché, ma non sono tranquillo, non sono tranquillo se penso che dovremo tornare al Santuario, e non so perché)

Il rinculo del suo stesso colpo fu così forte da ributtarlo indietro, facendolo cadere in maniera non proprio gloriosa poco lontano da Angel, che accorse subito, preoccupato.

“Nobile Milo, come…”

Si interruppe, perché l’aveva sentito. Milo si risollevò, sperando di non ingannarsi, sperando che quel rumore di crepitio, di pietra infranta che lentamente si spostava, sul punto di collassare su se stessa, venisse veramente dalla colonna e non, per esempio, dalle rocce che circondavano quel luogo irreale…

“Guardate! Guardate, nobile Milo!” Angel saltellava eccitatissimo, mentre un crepa compariva sulla colonna e si arrampicava verso l’alto, circondandola in tutta la sua lunghezza, allargandosi e diramandosi sempre più, finché la colonna non si spezzò in due, come un ramo che crolla sotto il peso della neve. Milo si pose tra quella distruzione e l’apprendista, perché volarono schegge e frammenti di roccia per ogni dove, capaci di ferire seriamente un corpo non protetto da un’armatura, finché non fu tutto finito.

I due rimasero un momento in silenzio a contemplare la rosa di distruzione che, una volta posatasi la polvere, sorse ora in luogo del glorioso tempio sottomarino del Pacifico del Nord. “Magnifico – sussurrò Angel – siete stato grandioso, fantastico, formidabile…”

“Ho afferrato il concetto. Ti ringrazio.” Lo interruppe Milo, compiaciuto. Non si schermì: meritava quelle lodi, dopo che aveva rischiato la vita per arrivare a un simile risultato. Scosse le spalle e stava per dirgli di riprendere l’armatura per andare alla prossima colonna quando si accorse che cominciava a piovere. Oh no, anche qui, basta pioggia! “Che succede?” chiese, guardando in su. La volta del cielo incombeva su di loro e sembrava molto più malferma di prima, come se fosse sul punto di precipitare. L’acqua cadeva da lassù come se trasudasse da una spugna inzuppata.

“E’ ovvio: adesso che non vi è più il sostegno, il livello del mare si sta abbassando: le inondazioni, almeno in questa parte del mondo, sono finite – rispose prontamente Angel – quando si sarà assestato tutto, torneremo alla normalità.”

“Sei sveglio, bravo. Certamente hai ragione tu.” Milo ricordò che aveva seriamente considerato di prendere con sé quell’apprendista, e sperò che Aphrodite lo stesse valorizzando come meritava. “Ma non abbiamo tempo per compiacerci del risultato ottenuto: prendi l’armatura e corri alla prossima colonna, dove il tuo maestro sarà già impegnato in battaglia. Sono sicuro che avrà bisogno delle armi di Libra tra non molto.”

Angel annuì, richiuse accuratamente lo scrigno d’oro e se lo caricò in spalla, con un certo sforzo. Milo fu sorpreso, non per la prima volta, dall’ossatura minuta e i tratti delicati di quel ragazzino, soprattutto se paragonati all’ostinazione mostruosa che dimostrava in tutto quel che faceva. Anche in quel caso, barcollò sotto il peso delle vestigia d’oro ma non disse niente, e infine raddrizzò la schiena quasi con aria di sfida. Milo l’avrebbe aiutato, se non fosse stato sicuro che Angel avrebbe interpretato la sua intenzione quasi come un insulto. Eccola, la nuova generazione dei Santi di Athena, pensò mentre guardava l’apprendista allontanarsi, niente più che due gambine in corsa sotto l’enorme scrigno d’oro. E’ questo lo spirito giusto… non quello di…

Si accigliò, perché quel pensiero si era troncato a metà, come se la conclusione fosse appena oltre la sua capacità di coglierla. C’era qualcosa che gli si agitava dentro, sotto la mente razionale, qualcosa che lo preoccupava tremendamente e a cui non sapeva dare un nome… Il Santuario, succede qualcosa al Santuario…

Scosse le spalle e si avviò verso il tempio di Poseidone, senza affrettarsi, perché doveva dare ai suoi compagni il tempo di abbattere le altre sei colonne. Ebbe così molto tempo per riflettere, ma non venne a capo di nulla, neppure di quell’inquietudine senza nome, che niente aveva a che vedere con la situazione contingente.

 

 

Aphrodite si fermò davanti alla colonna del Pacifico del Sud, concedendosi appena un breve momento per sorridere di soddisfazione, nell’avvertire la lieve scossa che si propagò dal Pacifico del Nord fino a dove si trovava lui. “Ben fatto, Milo – commentò – non smentisci la tua fama. Adesso ne mancano soltanto sei… presto cinque.” Aggiunse, voltandosi verso l’alto sostegno che era la sua missione. La colonna pareva risplendere tanto il marmo era lucido, fregiato d’oro fino alla sommità, un raggio di sole in quell’ambiente filtrato d’azzurro, dal suolo che scricchiolava sotto i suoi passi per via dei coralli e delle minuscole conchiglie calpestate… era un luogo talmente bello, irreale come un sogno, un vero peccato doverlo distruggere. Aphrodite sospirò, mentre cominciava ad espandere il suo cosmo, profumato come una rosa, letale come le sue spine, apprestandosi a scagliare contro quella colonna il suo colpo più potente. Levò una mano nella quale fiorivano le magnifiche rose del suo cosmo, ma l’istante prima che lasciassero la sua persona Aphrodite vide che davanti a quella colonna c’era qualcuno. Una donna, inginocchiata in attitudine di preghiera. Arrestò il suo colpo all’ultimo istante, deviandolo in modo che passasse accanto alla fanciulla, distruggendo il terreno dietro di lei, ma risparmiando quella diafana figura velata di bianco.

“Chi sei?” chiese, osservando affascinato la delicata avvenenza dei suoi lineamenti, la luminosa morbidezza delle chiome che sfuggivano al velo. La fanciulla serrò le mani, poi levò su di lui gli occhi puri come gemme. “Chi sei?” chiese ancora Aphrodite, ma per breve che fosse quella domanda, gli morì in gola prima ancora che terminasse di pronunciarla, perché la fanciulla si levò in piedi, col velo che le cadeva ammassandosi leggero ai suoi piedi, la veste che si sollevava come per il vento, mostrando non le gambe d’una donna, ma un’apparizione infernale, bestiale, sei paia d’occhi che gli si scagliarono contro mentre il viso della donna, non più delicato e sereno, si contorceva in un ghigno d’inferno, gli occhi ora giallastri, la bocca enorme e irta di denti più affilati del taglio d’Excalibur…

Le rose di Aphrodite protessero il loro padrone, occultandolo a quell’attacco improvviso, ma il Santo d’Oro sapeva d’essere stato più fortunato che abile: si era lasciato cogliere con la guardia abbassata e per poco non aveva pagato con la vita, perché quel demone era certo…

“Io di Scilla è il mio nome, Generale del Pacifico del Nord e custode di questa colonna.”

La figura del demone dalle sei bestie si confuse, i contorni parvero mutare, divenire diversi, finché non assunsero la forma che, Aphrodite lo sapeva, era stata loro propria fin dall’inizio: un’armatura dalle squame dorate, disposta sul corpo snello di un giovane dai capelli rossastri, che lo guardava con un sorriso ironico.

“L’emanazione del tuo cosmo che pare un tripudio di rose ti ha salvato la vita, ma forse non ti ha reso un grande favore – commentò questi – perché la tua fine sarebbe stata rapida, senza dover patire i tormenti delle sei bestie di Scilla…”

“Capisco – commentò prudentemente Aphrodite, valutando l’avversario – il tuo potere è quello della creatura mitologica che, allo stretto di Messina, insidiava i naviganti in forma di donna, prendendo sei membri di ogni equipaggio, in modo da nutrire le bestie che nascondeva in grembo. Purtroppo per te, la tua trappola è scattata senza successo.”

“Non esserne così sicuro. Permettimi di presentarti le sei bestie di Scilla, Santo d’Athena.”

Aphrodite serrò le labbra, con la mente che lavorava a tutta velocità: senza alcun dubbio quel Generale era molto forte, ma ignorava il reale potere delle armature d’oro… o almeno così si augurava. Se fosse riuscito a sopravvivere a quei colpi, il suo contrattacco sarebbe stato indubbiamente più efficace…

“Prima delle sei bestie, ecco il lupo, Santo d’Oro!”

Fu un turbine di zanne appuntite, quelle che aggredirono Aphrodite, piantandosi nella sua armatura con tanta violenza che la sentì scricchiolare. Se avesse ceduto…

“Seconda, ecco che arriva volando l’ape regina!”

La puntura fu come una scarica da diecimila volt che gli percorse la corazza per tutta la sua lunghezza, facendolo rabbrividire per reazione, gettandolo a terra per la pura reazione muscolare a una sollecitazione tanto potente. Io attese che il Santo si fosse risollevato, ansimante, prima di colpire ancora.

“Ed ecco che arriva la terza bestia, a proseguire l’opera sul tuo sventurato corpo: le spire del serpente!”

Stringevano, le spire del serpente, serrandolo nella sua armatura d’oro fino a stringergliela addosso come una morsa insopportabile. Soffocava…

“Vedo che continui a resistere, non ho cuore di vederti soffrire così, malgrado tu sia un nemico. Preparati dunque all’attacco della solo apparentemente innocua libellula!”

La libellula, uno dei più feroci predatori del regno animale, capace di uccidere creature anche molto più grandi di lei, dalle tenaglie inarrestabili, che tranciavano ogni cosa. Aphrodite cadde di nuovo a terra, lottando per respirare, e dopo un tempo interminabile la sua armatura decise di proteggere ancora l’uomo che la custodiva. E’ solo la quarta bestia, dea Athena, non so se potrò reggere fino alla fine…

“Ancora vivi, Santo? Non mi lasci scelta, affronta la quinta bestia, capace di prosciugare le energie del più forte degli uomini, grazie al suo micidiale morso: il vampiro!”

Oh sì, lo prosciugava, con quei piccoli colpetti insignificanti solo in apparenza, i minuscoli dentini di quegli infernali pipistrelli che gli si piantavano addosso dappertutto, mentre l’armatura indebolita non riusciva più ad assorbire completamente la violenza di quei colpi, tutti diversi l’uno dall’altro e per questo impossibili da prevedere. Quando anche quell’orrore finì Aphrodite sanguinava sul collo, dove non era protetto, e sentiva il liquido vischioso scendergli per tutto il corpo, laddove i colpi di Io avevano infine superato le difese. L’armatura non ce la fa più… non so se con l’ultimo colpo potrò…

“Lode a te, nemico resistente, perché mi obblighi a ricorrere all’ultima bestia, la più forte di tutte, quella che riservo solo ai guerrieri più valorosi: la presa dell’orso bruno!”

No, questo era troppo. Aphrodite sentì distintamente l’armatura creparsi e raggrinzirsi, come una lattina che viene accartocciata, sotto i colpi possenti della sesta bestia, e capì che non poteva più contare sull’Oro consacrato ad Athena nella speranza di assorbire i colpi nemici, in modo da invalidarli per poter così contrattaccare con tutto comodo. Sarebbe rimasto schiacciato nella sua stessa corazza, se non avesse reagito, e così, con uno sforzo immane, lanciò il suo colpo di pura bellezza, lampi di morbido rosso dalle spine affilatissime, decine di rose purpuree che trafissero l’orso facendolo gridare di dolore e costringendolo a lasciarlo, un attimo prima che l’armatura cedesse, uccidendolo. Cadde in ginocchio ansimando, provando disgusto per tutto quel sudore e sangue, mentre Io di Scilla barcollava all’indietro, stordito dalla forza e dal dolore che il colpo di
Aphrodite gli aveva arrecato.

Il Santo si rialzò, cercando senza successo di ravviarsi i capelli scompigliati dalla battaglia. “Ebbene, Generale, adesso sei tu in svantaggio: ho veduto tutti i tuoi colpi, e so come ribatterli, mentre tu ignori la forza dei miei. Ti prego di porre fine a questa invereconda faida, traendoti da parte e concedendomi di abbattere questa colonna. Sei sconfitto, e non è da vili riconoscerlo.”

Io di Scilla contorse il viso in un’espressione beffarda. “Sconfitto, dici? Parli così solo perché ignori la reale portata del mio potere, così come ignori quale sia veramente la micidiale forza della creatura marina che mi protegge! Ma te ne accorgerai, cane d’un Santo, e vedrai in tutta la sua possanza il gorgo di Scilla, ultima tua visione in questo mondo al quale non appartieni…”

Il cosmo di Scilla si espanse, si gonfiò, come il mare battuto dalla tempesta che diventa gorgo, risucchio capace di attrarre a sé ogni cosa per non restituirla mai più alla terraferma. Aphrodite strinse i denti, rendendosi conto che la battaglia vera stava cominciando solo in quell’istante.

 

Aiolia correva veloce, diretto alla colonna del mar glaciale Antartico, con un sorrisetto compiaciuto che non si curava di cancellare dal volto, da quando aveva udito il rombo della colonna del Pacifico del Nord che crollava miseramente. E bravo Milo, sarai insopportabile e odioso, ma quando prometti qualcosa la mantieni. Adesso tocca a me, non credere che sarò da meno.

La colonna del gelido mare che era il suo obiettivo gli si parò davanti appena ebbe svoltato l’ultimo gruppo di coralli, ma qui il Santo del Leone si arrestò, stupefatto. Non avrebbe potuto essere più colto alla sprovvista se gli avessero detto che tutta quella terribile alluvione mondiale era solo uno scherzo.

Davanti a lui c’era Marin.

“Aiolia.” Gli disse la donna Santo, dolcemente, e si mosse verso di lui, ma Aiolia fu lesto ad indietreggiare, i pugni levati. Marin si arrestò. “Cosa fai? Perché ti ritrai come fossi un nemico?”

“Perché tu sei un nemico – replicò il Santo d’Oro a muso duro – Marin si trova nel Santuario, non quaggiù in Atlantide: Athena le ha assegnato una missione e lei ora è impegnata, perché un ordine di Athena è assoluto. Non potrebbe trovarsi qui neanche se lo volesse.”

“Sì che posso essere qui, qualora avessi già concluso la mia missione – rispose la donna – sono corsa appena ho potuto. Oh, Aiolia, come puoi credere che non sarei stata al tuo fianco, in un simile frangente?”

Aiolia si concesse un impercettibile allentarsi di tensione. “Perché ti trovi alla colonna del mar glaciale Antartico?”

“Ti aspettavo – rispose lei – volevo vederti, assicurarmi che stessi bene… portarti via da tutto questo.”

Aiolia sbarrò gli occhi. “Cosa dici, Marin? Non sai quel che è accaduto ad Athena, dunque?”

“Lo so. Ma che importanza ha? Per me nulla vale come la tua vita…”

Il Santo del Leone sogghignò, levando nuovamente i pugni. “Adesso ho la certezza che non sei chi dici di essere – la sua voce era un ringhio – la vera Marin mai vorrebbe che mi sottraessi allo scontro! Sei solo un verme, che usi le sembianze della mia donna per tendermi insidie!”

Lentamente, Marin levò una mano. Aiolia si preparò a combattere, ma la giovane si limitò a togliersi la maschera, tranquillamente e senza fretta, come fosse una cosa del tutto naturale.

“Ora mi credi, Aiolia?” non più filtrata dal freddo metallo, la voce di Marin era dolce. I suoi occhi erano immensi, non gli occhi di una guerriera, ma il tenero sguardo d’una fanciulla che osserva accorata colui che ama… Aiolia si sforzò di deglutire. Se quella era un’illusione, era davvero realistica, e chi avrebbe potuto generarla, dal momento che nessuno all’infuori di lui aveva mai veduto in viso il Santo dell’Aquila?

Lentamente Marin venne avanti, le braccia che si aprivano per accoglierlo. Aiolia non percepiva alcun pericolo, e continuò a non avvertire niente di sospetto, neppure quando la fanciulla che amava gli appoggiò la testa sulla spalla, depositandogli sulla pelle le sue lacrime, tiepide e segrete…

 

“Gorgo di Scilla!”

Aphrodite fu travolto, senza che potesse fare nulla per impedirlo. Quella forza incomparabile arrivava direttamente dalla natura infuriata, l’aspetto più violento di Poseidone che proteggeva Io, e il Santo d’Oro non poteva contrastare la forza di un dio, non con l’armatura rovinata dalle sei bestie. Che onta sarebbe, morire così, pensò in maniera sconnessa mentre veniva scaraventato per ogni dove, affondando sempre di più, sempre più lontano, fino a perdersi completamente. “Devo farlo – mormorò mentre perdeva conoscenza – prima che sia troppo tardi… avrei voluto evitarlo, ma…”

Una rosa bianca. Solo un fiore, quando lasciò la sua mano, simile ai mazzi funebri che vengono gettati tra le onde dopo la burrasca, quando le vedove si recano sulla riva a piangere i marinai perduti tra i flutti. La rosa galleggiò nel gorgo di Scilla, non vista e non considerata, finché non giunse alle squame dorate, e qui si piantò. Io trasalì abbassando gli occhi, osservando il fiore che ora gli decorava il petto, senza sapere che quella era la sua condanna. Il gorgo di Scilla travolse ancora Aphrodite, ma questi sorrise mentre veniva scaraventato contro le colonne minori del sacrario del Pacifico del Sud, perché la vittoria, finalmente, era sua. Quando la forza del gorgo cominciò ad attenuarsi, non si stupì.

Io di Scilla barcollò, guardando inorridito la candida rosa che cominciava a tingersi di sangue. “Cosa mi hai fatto… cosa…?”

Libero dal tormento del gorgo, Aphrodite si rialzò, sapendo di avere un aspetto trasandato e sudicio, ma lieto di essere vivo. “Quella è la rosa che priva della vita – gli spiegò, indifferente – quando il suo colore sarà passato dal bianco al rosso, significherà che essa avrà bevuto tutto il sangue del tuo cuore, e tu morirai. Avrei preferito evitarti una tale fine.”

Io cominciava già a barcollare, e Aphrodite sapeva che iniziava a vederci doppio. “Risparmia la tua compassione… per chi ne ha bisogno…”

“Non temere – gli assicurò il Santo d’Oro, superandolo per raggiungere la colonna – non mi ispiri nessuna compassione. Sono immune da tali debolezze.”

Stava per lanciare il suo colpo contro quella struttura nemica, quando alle sue spalle udì una voce nota e si volse, con un sospiro. Possibile che neppure un’inondazione a livello mondiale bastasse a liberarlo di quella seccatura?

“Cosa fai qui, Angel? – chiese all’apprendista – e perché porti con te quello scrigno?”

Angel glielo spiegò, tenendo d’occhio Io di Scilla che era caduto in ginocchio, il sangue che gocciolava dai petali della rosa bianca, ormai tinta per più della metà. “Maestro… non pensate che forse… una volta abbattuta la colonna, si potrebbe liberare quell’uomo…”

“Fatti da parte.” Rispose Aphrodite, tendendo la mano per prendere l’arma della Bilancia destinata ad aiutarlo nel suo compito. L’elegante tridente si attagliava alla sua presa con tanta perfezione che vibrare il colpo fu quasi sensuale piacere, anziché sudicia fatica com’era stata tutta quella battaglia. Ma in quell’istante, senza alcun preavviso, Io di Scilla spiccò un balzo prodigioso, assolutamente incongruo con la debolezza che ormai lo pervadeva, e si pose sulla traiettoria: Aphrodite non avrebbe potuto evitarlo neppure se l’avesse voluto, e il tridente attraversò il corpo del generale, prima di andare a colpire la colonna con una violenza indicibile.

La colonna parve tremare, mentre le crepe si allargavano dal punto d’impatto, e un momento dopo crollò miseramente su se stessa, abbassando di parecchio la volta dell’acqua che li sovrastava, provocando una sottile e fastidiosa pioggia, come le lacrime di sconfitta di Poseidone. Aphrodite ripose il tridente e si volse verso Angel, che sorreggeva il capo al nemico moribondo.

“Perché non avete fermato il vostro colpo? Perché l’avete trafitto?” Chiese l’apprendista, e Aphrodite vide che aveva gli occhi pieni di lacrime. Alzò le spalle.

“Sarebbe morto comunque in pochi minuti. Inoltre non credo che desideri sopravvivere alla distruzione della colonna che doveva proteggere, non è vero?” Le ultime parole erano rivolte ad Io, che si sforzò di sorridere malgrado il sangue che gli sgorgava dagli angoli della bocca.

“E’ vero… non darti pensiero, piccolino… è meglio così…”

Angel lo strinse più forte a sé, la testa del morente contro il suo petto, tanto che il generale spalancò gli occhi un ultimo istante, sorpreso. Poi, incredibilmente, rise.

“Non è… un brutto modo di morire, tra le braccia di una…”

Il sangue sgorgò copioso dalla bocca e gli occhi di Io fissarono la volta del mare, senza più vederla.

“Prendi l’armatura e recati subito alla prossima colonna – gli ordinò Aphrodite, e già si incamminava – mancano ancora cinque sostegni. Il tempo stringe.”

Angel chiuse gli occhi del morto. Quando parlò, la sua voce tremava d’indignazione. “Perché non riuscite ad essere più umano? Che razza di Santo siete?”

Mai un apprendista poteva permettersi di parlare così al suo maestro, ma Aphrodite conosceva bene l’animo indomito di Angel e sapeva che, prima di rimangiarsi quelle parole, avrebbe preferito farsi strappare il cuore dal petto. Per la verità si baloccò con quell’idea, ma la scartò perchè l’aiuto di Angel era ancora necessario, finché non si fossero abbattute tutte e sette le colonne. “I sentimenti distruggono l’animo, in battaglia – si contentò quindi di dire – bisogna essere forti, per vincere, oppure si finisce per gloriarsi d’una morte inutile, come meritano i deboli… decidi tu se vuoi essere tale oppure no, Angel. Ma ricorda: la ragione tende ad andare dal più forte.” E se ne andò, senza ascoltare la replica dell’apprendista, che non gli giunse alle orecchie, o si sarebbe infuriato oltre ogni dire, perché le parole di Angel, mentre deponeva a terra con ogni cura il capo di Io di Scilla, generale del Pacifico del Sud, furono: “Vi sbagliate, maestro. Non è la ragione ad andare dal più forte, ma la forza ad andare da chi ha ragione. Se ne dubitassi, diverrei come voi… profondamente infelice.”

Riprese l’armatura di Libra e si avviò a sua volta, senza più girarsi indietro.

 

 

Ci dovrebbe essere Shaka al mio posto, pensò Shura fermandosi di fronte alla colonna dell’Oceano Indiano, penso che sarebbe più congrua la sua presenza piuttosto che la mia. Ma Shaka è in missione lontano, e la mia speranza è che, al suo ritorno, le sette colonne siano già tutte in rovina.

Avanzò levando il braccio, che scintillò come il taglio di una spada quando spiccò la corsa contro quella che sarebbe stata la terza sconfitta di Poseidone, ma proprio mentre stava per calare il colpo avvertì il cosmo del suo nemico. Questo non l’avrebbe fermato, ma quando l’avversario gli si parò davanti per impedirgli di portare a termine il suo compito Shura dovette sospendere l’ostilità contro la colonna in favore della battaglia.

Il generale dell’Oceano Indiano era un uomo dalla pelle scura e il capo rasato, salvo che per una striscia di capelli bianchi che gli ricadeva sulla schiena. Lo guardava con occhi piccoli, neri e vacui, neanche stesse osservando qualcosa di troppo poco interessante per meritare una completa attenzione. Stolto, pensò Shura, sottovalutare l’avversario è uno dei peggiori errori che si possano fare… l’ultimo, se le cose andranno come voglio che vadano. Si raddrizzò in tutta la sua statura e parlò tenendo d’occhio il lungo tridente dorato che il generale stringeva tra le mani.

“Il mio nome è Shura di Capricorn, Santo d’Oro di Athena e sacro difensore della giustizia – enunciò con la sua voce sicura – chi si pone tra me e lo scopo della mia missione?”

Il suo avversario sorrise, mostrando i denti che spiccavano bianchissimi contro la pelle bruna. “Krishna, generale dell’Oceano Indiano e devoto al grande dio Poseidone, di cui ti dichiari nemico. In guardia, cane!”

Il tridente divenne null’altro che un lampo dorato mentre il generale lo muoveva a una velocità assai prossima a quella della luce, e Shura dovette ricorrere a tutta la sua abilità per non venire trafitto dalle punte affilatissime. Quando alla fine riuscì a mettersi fuori dalla portata del suo avversario ansimava un po’. “I miei complimenti – disse – sei molto abile, generale: sconfiggerti non sarà la sinecura che credevo. Bada a te, perché la vita in gioco, ora, è la tua!”

Se Krishna aveva creduto di poterlo sopraffare grazie al suo tridente, dovette immediatamente ricredersi quando si trovò costretto e difendersi dai fendenti di Excalibur, la sacra spada che Athena aveva donato al suo Santo più fedele, il dono più prezioso che Shura avesse mai ricevuto e che considerava più importante della sua stessa vita. Athena, non temere, stiamo arrivando per salvarti, due colonne sono abbattute e la terza le seguirà a breve… E, per un istante, talmente breve che avrebbe potuto essere un’illusione, salvo che Shura sapeva benissimo che così non era, gli parve di udire la voce della sua dea, armoniosa e sottile come una benedizione trasmessa al cosmo del Santo, quando gli rispose: lo so, Shura, non nutro timori sapendo che tra i miei paladini vi sono uomini come te e Aiolos, senza nulla togliere agli altri, ma ti prego, non rischiare inutilmente la vita, voglio poterti ringraziare di persona, quando mi trarrai da questa prigione d’acqua scrosciante…

Il tridente di Krishna contrattaccò e Shura riuscì a bloccarlo a pochi centimetri di distanza dalla sua gola. Indietreggiò lentamente, mentre l’avversario avanzava ghignando.

“Vattene, invasore – disse il generale – non desidero insozzare questo luogo sacro col tuo sangue, e tu non potrai mai abbattere la colonna che ho il compito di custodire. Torna da dove sei venuto e ti risparmierò la vita.”

Shura scostò con la mano il tridente, sdegnoso. “Mi chiedi di fuggire dalla battaglia mentre i miei compagni rischiano la vita? O sei un codardo che ha paura di affrontarmi, o credi che il codardo sia io, Krishna, e io non sono un codardo. Lo sei tu, dunque?”

“Sto cercando in tutti i modi di mostrarti clemenza, ma tu mi costringi…” disse Krishna minaccioso, mentre il suo cosmo cresceva. Shura si dispose a fare altrettanto, in attesa dell’attacco mortale.

 

 

“E’ strano – mormorò Camus, perplesso – ormai dovrei essere giunto alla colonna del mar glaciale Antartico, ma mi sembra di girare a vuoto in continuazione…” Le parole sfumarono in un sospiro di sollievo perché, proprio in quell’istante, superò un gruppo di rocce e vide finalmente la sua destinazione. La colonna si ergeva bianca ed altissima, fino a scomparire nella volta azzurra dell’oceano soprastante. Camus rallentò fino a camminare, aspettando guardingo il palesarsi di un nemico, ma pareva che la colonna fosse incustodita. Tanto meglio, pensò, e congiunse le mani per lanciare il suo colpo più potente, l’Esecuzione di Aurora, che avrebbe sbriciolato quel sostegno come un bambino spazza via la brina da un vetro.

Fu in quell’istante che, dalle ombre del sacrario, uscì l’ultima persona che si sarebbe aspettata di vedere. Abbassò le braccia, sbalordito, mentre il suo allievo gli si fermava di fronte, con un sorrisetto contrito, in atteggiamento sottomesso.

“Hyoga? Cosa fai tu quaggiù? Ti credevo…” Si interruppe, perché quello che credeva era che il suo allievo fosse un traditore del Santuario, meritevole di morire, e il solo pensiero gli straziava l’animo in un modo che mai avrebbe ritenuto possibile. Camus non sopportava di cedere così indecorosamente alle emozioni. Si irrigidì fissando gelidamente il ragazzo dai capelli biondi.

“Maestro… sono venuto fin qui per implorare il vostro perdono… se aveste la bontà di ascoltarmi, solo un istante…” E, senza alcun pudore, Hyoga si inginocchiò sul marmo gelido del mar glaciale Antartico. Camus lo fissò, senza una parola.

“Ho compreso il mio errore, maestro, sono qui per fare ammenda… disponete di me come meglio credete, uccidetemi se la ritenete giusta espiazione… ma concedetemi anche il vostro perdono, perché non sopporterei di presentarmi in Ade sapendo del vostro odio…”

“Io non ti odio, Hyoga – disse meccanicamente Camus – solo… come sei arrivato fin qui?”

“Come siete arrivato voi, maestro… vi ho atteso qui per incontrarvi da solo…”

Camus esitò, ma subito si riscosse. Cosa stava succedendo lì? “Tu non sei Hyoga – disse – il mio allievo mai si umilierebbe tanto. Preferirebbe la morte al disonore!”

“Allora uccidetemi, maestro.” Disse Hyoga, con voce chiara, chinando il capo. Non si rialzò e continuò a restare in ginocchio, anche mentre il suo maestro gli si avvicinava, guardingo e perplesso.

Vedremo… se è un nemico non si lascerà certo percuotere da un colpo che ritiene mortale…

“D’accordo, Hyoga – disse in tono neutro – poiché desideri tanto l’espiazione, l’otterrai grazie alla morte, attraverso me. Preparati a pagare con la vita il tuo tradimento, Santo del Cigno.”

Le mani di Hyoga si strinsero a pugno, ma a parte questo il ragazzo non ebbe nessun’altra reazione, neppure quando Camus vibrò il suo colpo col taglio della mano, mirando alla nuca indifesa, coperta di fini capelli biondi. Si trattenne all’ultimo istante, troppo tardi perché il nemico, se nemico era, potesse capire che non intendeva uccidere, e Hyoga fu soltanto gettato a terra, anziché decapitato di netto. Non aveva fatto il più piccolo gesto di difendersi.

“Hyoga – mormorò Camus, sopraffatto – sei veramente tu, dunque?”

Il Santo del Cigno si risollevò a fatica, puntandosi sui gomiti. “Perché… mi avete risparmiato, maestro? Se volevate la mia espiazione…”

Camus gli si inginocchiò accanto, lo rivoltò, lo scrutò attentamente, ma in quei lineamenti vide solo il volto familiare dell’allievo che gli era caro quasi quanto un figlio. Nulla di estraneo, nulla di nemico. Hyoga si appoggiò alle sue braccia per risollevarsi, e il Santo dell’Acquario lo lasciò fare.

“Maestro… perdonatemi, concedetemi di combattere al vostro fianco per abbattere questa colonna…”

“Così sia, se desideri riabilitare il tuo nome, discepolo.” Rispose Camus, aiutandolo a rialzarsi. Un nemico? Hyoga? Perché è lui, nessuna illusione potrebbe essere tanto veritiera… devo pensare che Hyoga sia un nemico?

Il Santo del Cigno chinò ancora il capo, non prima che Camus vedesse che aveva gli occhi pieni di lacrime. Hyoga barcollò e dovette appoggiarsi a lui per non cadere, afferrandolo per le spalle con una forza sorprendente, eccessiva, una forza che mise sull’avviso Camus, un istante troppo tardi…

 

 

Krishna guardò inorridito il misero troncone, lungo poco più d’un metro, che era tutto ciò che rimaneva del suo micidiale tridente dorato, dono di Poseidone. Shura riabbassò la mano, mentre dietro di lui la punta tripartita dell’arma si era conficcata nel marmo con tanta forza che nessuno avrebbe mai più potuto svellerla.

“Ti avevo avvertito – disse – nulla può eguagliare il taglio di Excalibur, dono di Athena al Santo di Capricorn, l’uomo più fedele alla dea. Athena è più grande di tutti, più di Poseidone, e ne hai appena avuto la prova!” Avanzò, verso la colonna, e il suo avversario, momentaneamente spaesato, si trovò a indietreggiare senza neppure rendersene conto. Gettò via ciò che rimaneva del suo tridente, fronteggiandolo.

“No, Santo d’Oro, non è finita. Dovrai uccidermi, per distruggere questa colonna.” Krishna gli sbarrò ancora la strada, costringendolo a fermarsi. Shura sospirò.

“Te ne prego… sei privo di difese, ho distrutto il tuo tridente e altrettanto farò con qualunque attacco tu cercherai di scagliarmi contro. Non vi è disonore nel riconoscere la sconfitta. Perché sei tanto devoto a Poseidone, quando lassù in superficie sta mietendo milioni di vittime innocenti?”

Incredibilmente, Krishna si abbassò, sedendosi a terra con le gambe incrociate. Shura lo fissò sbigottito. “Poseidone è un dio giusto – disse, chiudendo gli occhi – vuole purificare il mondo distruggendo la malvagità in esso contenuta, per poter erigere il regno dei mari, sotto il suo dominio, che sarà di pace eterna, perché non vi saranno più malvagi…”

Shura tenne pronto il braccio in cui risiedeva Excalibur, perché il cosmo di Krishna aveva ripreso ad espandersi. “E cosa mi dici degli innocenti, dei bambini, dei puri di cuore che il tuo dio sta barbaramente trucidando, insieme agli uomini corrotti?”

Krishna era ancora seduto, ma cominciò lentamente a sollevarsi, sempre raccolto in quella posa di meditazione, sempre con gli occhi chiusi, mentre il suo cosmo cresceva e cresceva e cresceva. “L’avvento di una nuova era val bene il sacrificio di qualche innocente, non credi?”

La sua voce era remota, come se provenisse dalle distanze siderali. Shura strinse i pugni, furente. “Taci! Le tue parole non fanno che confermare la tua follia! Sono vite umane quelle che parli di distruggere con tanta leggerezza, neanche fossero steli d’erba che la falce del contadino spazza via senza darsene pensiero! Uomo indegno, ucciderti sarà un atto d’igiene per il mondo!”

E, mentre colpiva ancora con Excalibur, gli parve di udire la voce di Aiolos, suo miglior amico, quando dopo un addestramento sul campo, mentre si asciugavano il volto dal sudore, gli aveva confidato, a voce bassa: “Death Mask è un Santo indegno, se Athena fosse stata abbastanza adulta da gestire le vestizioni d’Oro non avrebbe mai ottenuto l’armatura… mi chiedo perché il sommo Saga gli abbia consentito di diventare Santo, giacché la sua morte sarebbe un atto di igiene per il mondo…”

Poi non pensò più, perché Excalibur gli si rivolse contro, gettandolo indietro, aprendo dolorosi tagli nella sua carne, netti e profondi come fenditure nella roccia. Krishna era immoto e intoccato, lassù, davanti alla sua colonna.

“Non puoi fare nulla, Santo – disse con la sua voce lontana – la mia meditazione mi mette al di fuori della tua portata, protegge questa colonna e, quando deciderò di colpire, ti ucciderà… non hai scampo alcuno.”

Shura si rialzò, dolorante. “Tu credi, Krishna? Non sei certo l’unico a servirti di tale tecnica, anche uno dei miei compagni adotta il tuo sistema…” Shaka, meglio sarebbe stato se avessi affrontato tu questa battaglia, ma se non altro posso fare tesoro di ciò che ho appreso da te per vincere.

Strinse gli occhi, sforzandosi di non guardare con la sua vista fisica, ma con quella mentale… quella del suo cosmo, il settimo senso che vedeva ciò che ai comuni mortali era precluso, il chakra di quell’uomo, i punti vitali disposti in una linea retta, dalla sommità del capo all’inguine, che solo un fendente straordinariamente efficace avrebbe potuto infrangere, distruggendo ad un tempo le sue difese e facendogli vincere la battaglia… Ho un solo colpo, si disse concentrando tutto il cosmo sul suo braccio, affilato come una lama, un’unica possibilità, quando abbasserà la guardia per colpire a sua volta… Athena!

“EXCALIBUR!”

Shura si scagliò contro Krishna. Krishna lanciò la forza del suo chakra contro Shura.

E fu finita.

Galleggiava nel buio, nel silenzio, nella pace… solo dopo molto, molto tempo, udì una voce lontana che gridava: “Nobile Shura, nobile Shura!” in tono d’angoscia. Si volse verso quella voce, e un momento dopo sentì un dolore bruciante al viso. Più o meno, tornò in sé, scostando la persona che continuava a schiaffeggiarlo.

“Basta – gracchiò dal suo buio – sono tornato in me… sei tu, l’apprendista di Aphrodite, vero?”

“Sono io – confermò quella voce piena di preoccupazione – quando sono arrivato vi ho visto riverso a terra… sembravate morto!”

Shura si rialzò, con un enorme sforzo. Era ancora tutto buio. Oh, merda, pensò, augurandosi che quel pensiero non giungesse fino ad Athena, cui era legato tramite il cosmo.

“Devo… abbattere la colonna…”

“Sono qui per questo!” si affrettò a dire Angel, spiegandogli quel che andava fatto. Shura ringraziò mentalmente il Santo della Bilancia, poi cercò a tentoni la catena che avrebbe aperto lo scrigno di Libra. L’attimo dopo stringeva in mano una spada così colma di energia cosmica da fargli formicolare il braccio di pura delizia.

“Adesso indicami la direzione in cui si trova la colonna, ragazzo.” Disse, e Angel squittì di spavento.

“Mi era parso, da come vi muovevate… nobile Shura, voi siete…”

“Sono cieco, sì – ringhiò il Santo d’Oro – spero solo momentaneamente, abbagliato dall’esplosione del cosmo di Krishna, ma me ne cruccerò dopo. Indicami dove colpire!”

Angel lo prese garbatamente per un braccio e lo fece ruotare su se stesso. “Ecco – disse con voce incrinata – è di fronte a voi.”

Shura lo ringraziò, poi corse innanzi e vibrò il colpo finale, quello che abbattè la colonna dell’Oceano Indiano. E tre, pensò soddisfatto, mentre la pioggia che seguì quella distruzione lo inzuppava completamente, perché ovviamente il vecchio adagio, potrebbe andare peggio, potrebbe piovere, era sempre veritiero.

“Porta via l’armatura. Servirà presto.” Disse riponendo la spada, ma Angel si oppose: “Non posso abbandonarvi così, in territorio nemico… avete bisogno di cure!”

“La mia cura si chiama Athena, e la mia cecità non mi impedirà di raggiungere il tempio di Poseidone – ribattè Shura – con un po’ di fortuna, quando sarò arrivato vedrò di nuovo, e se così non sarà, pazienza. Ciò che conta è abbattere le colonne, muoviti!”

“Ma come potete orientarvi, senza vedere…”

“Sono un Santo d’Oro, sarà il mio cosmo a guidarmi. Sbrigati, ragazzo, non lasciare che qualcosa si ponga tra te e la tua missione: possiedi un animo nobile e generoso, ma tali virtù, adesso, vanno rivolte ad Athena, non a me. Coraggio!”

Seguì un lungo silenzio, al termine del quale Shura udì gli inequivocabili rumori di Angel che si caricava di nuovo in spalla l’armatura e si avviava. Attese che i passi dell’apprendista si fossero spenti in lontananza prima di muoversi a sua volta, a tentoni come un povero infermo.

 

A parte una breve sosta per chiedere a Darius se aveva bisogno di aiuto contro quella Tetis (offerta che fu respinta con decisione), Angel non si fermò finché non giunse in vista della colonna del mar glaciale Antartico, ma qui ristette, perché c’era qualcosa di molto strano. Dei corpi riversi, là ai piedi della colonna, proprio come aveva trovato il nobile Shura all’oceano Indiano, quindi forse la battaglia si era già conclusa…

“Oh, dei! Nobile Aiolia, nobile Camus!” Angel lasciò cadere lo scrigno dell’armatura e accorse, chiedendosi in preda allo stupore chi potesse aver sconfitto così due Santi d’Oro, che apparivano atterrati da un unico micidiale colpo, neanche fossero stati inermi, come se non avessero neppure provato a difendersi…

“Angela.”

Angel si fermò, immobile.

“Angela, cara… cosa ti è successo? Perchè tanti affanni, bambina mia?”

Lentamente, come in sogno, Angel si voltò, fissando a occhi spalancati la donna attempata dai capelli rossi, alta e bella com’era solo nei suoi ricordi, che ricambiava il suo sguardo con amore e affetto infiniti. “Mamma?” chiese, senza crederci minimamente. Sua madre era morta, da tanti anni… da quando ne aveva sei e aveva deciso di diventare forte, di diventare Santo, perché più nessuno di coloro che amava subisse una sorte orribile come quella occorsa alla sua famiglia, mamma papà e il suo adorato fratellino, di soli tre anni, ma non aveva avuto importanza, perché erano stati uccisi tutti, senza alcuna pietà, uccisi tutti, e sua madre non poteva trovarsi lì…

La donna venne avanti, sorridendole del sorriso che ricordava fin dall’infanzia. “Oh, bambina mia, sono così felice di ritrovarti… tu non immagini quanto ho sofferto, prigioniera qui negli abissi senza poter sapere se stavi bene oppure no… perché ti fingi un maschio? Cosa ti è successo?”

“Dovevo… volevo essere sicura che i Santi d’Oro non mi scartassero a priori, solo perché sono una ragazza.” Sussurrò, registrando vagamente come sua madre indossasse il vestito migliore, quello che le piaceva tanto, un tailleur con la giacca lunga e la gonna affusolata, di un bellissimo verde che si intonava prodigiosamente ai capelli e alla carnagione bianca della donna che adesso apriva le braccia per stringerla a sé, dopo tanti anni di solitudine disperata e addestramenti insopportabili, senza affetti e senza amici, perché Angela non si fidava più di nessuno, ma quella donna era sua madre, la sua adorata mamma e abbracciarla era un sogno… finalmente la ritrovava…

Il dolore la colpì due volte, una prima piuttosto lievemente, al petto, e la seconda molto più violenta, alla nuca, quando venne sollevata e scaraventata in là, senza il minimo riguardo, ricordandole dolorosamente dell’altra volta che era stata lanciata via così, in maniera tanto simile che seppe chi era il responsabile prima ancora di risollevarsi e di vedere, in preda all’orrore ma senza alcuno stupore, che la figura di sua madre si andava dissolvendo, come un’ombra dietro la quale se ne intravedeva un’altra, curva e ghignante, un’ombra vestita di squame dorate che non riuscivano a rendere di un filo più nobile quel volto dalla pelle livida e gli occhi inespressivi, che la guardavano con derisione dopo averla colpita al petto. Angela abbassò gli occhi e vide che la tunica era stracciata, sanguinante. L’aveva ferita, ma non gravemente, perché era arrivato il Santo d’Oro che avrebbe ingaggiato quel duello, strappandola via al suo stordimento nostalgico, probabilmente più per irritare il suo avversario che per salvare la vita a lei. Non dubitava che fosse così, perché le riusciva impossibile credere che avesse mai desiderato aiutare altruisticamente qualcuno, Death Mask del Cancro.

“Ih, ih, ih… sei fortunata, ragazzina… dovrò liquidare il tuo amico, prima di distruggere te e l’armatura della Bilancia insieme…” ridacchiò il generale, ammiccandole ironicamente. Angela distolse lo sguardo mentre Death Mask, ponendosi di fronte al suo nemico, diceva: “Non sono amico di quella stupida, ma se intendi combattere contro di me significa che la vita ti ha stancato al punto da abbandonarla subito. Bene, per me non c’è alcun problema. Fatti avanti!”

Cominciò così lo scontro tra Death Mask e Lymnades, mentre Angela indietreggiava fino a dove giacevano i nobili Aiolia e Camus per prestare soccorso, cercando senza troppo successo di coprirsi il seno acerbo con i lembi strappati della tunica.

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